di MONICA VIVA Consigliere Comunale LeU, Porto Cesareo 

Non mancano gli alibi per giustificare l’impietoso risultato del 4 marzo. Dal poco tempo per affrontare la competizione elettorale, alla mancanza di capitali; dal tiremmolla di Pisapia al poco spazio che la stampa ci ha riservato, e via dicendo. Così facendo sceglieremmo la strada della consolazione e dell’autoassoluzione. Così facendo divorzieremmo dalla realtà, diremmo una mezza verità e rischieremmo di non distinguere la verità dalle menzogne. Non abbiamo nessun bisogno di rimuovere la sconfitta o distrarci da quello che è accaduto. Sollecito una reazione alla disfatta, un’analisi per capire quali sono stati i motivi del flop e cosa fare per non mortificare questa esperienza. Per farlo democraticamente non ci rimane che aprire un dibattito pubblico, evitando con cura le ipocrisie che tolgono consistenza alla sostanza, e comunque rappresentano un omaggio alle cattive abitudini.
Una mancata analisi su tutto il territorio nazionale per capire le ragioni (sicuramente diversificate) da territorio a territorio, contribuirebbe ad alimentare il distacco con il nostro popolo. Fino ad oggi sono state poche le iniziative messe in campo per esaminare i pesanti risultati o per comprendere il sonnolento atteggiamento scelto per le trattative che hanno portato alle elezioni dei presidenti della Camera e Senato.
Mi sembrerebbe fondata e pertinente dopo oltre un mese porci qualche domanda: ma che sta facendo la lista elettorale di Liberi e Uguali? Esiste ancora o e morta in culla? Il progetto di un partito nuovo di sinistra, idoneo a raccogliere il meglio del riformismo del Novecento, perché non è decollato? Leu ha ancora un futuro? E’ in grado di ritrovare lo spirito che lo ha fatto nascere? Anche se spira, non solo in Italia, aria populista e di destra, i sani valori riformisti della socialdemocrazia sono ancora vivi? Sono solo delle prime domande cui abbiamo il dovere di rispondere. Lasciamo agli altri il sacchetto di popcorn da gustare mentre si attende che gli altri finiscono la partita con l’implosione sulla flat tax, il reddito di cittadinanza e l’espulsione di 600 mila immigrati.
Non ho la pretesa di avere le risposte alla nostra sconfitta, ma da militante ho l’esigenza di confrontarmi per capire come stanno le cose. Capire per riordinare le idee. Da parte mia, al netto della bella esperienza, dell’impegno profuso di ciascuno di noi, qualche analisi critica ma senza pregiudizi, vorrei tentare di farla. L’insuccesso di LeU è sotto gli occhi di tutti e lo dovremmo inquadrare dentro la crisi più generale della sinistra che coinvolge una buona parte dell’Europa. Ad eccezione del Portogallo e della Gran Bretagna negli ultimi anni si è registrato il crollo del consenso elettorale della sinistra: oggi la tendenza è di emulare il centrismo liberal-populista di Macron. Cominciamo col chiederci il perché non siamo stati all’altezza di intercettare il robusto, diffuso e palpabile sentimento di cambiamento, né di catturare la massiccia transumanza da parte del popolo del Pd, lasciando ai 5 Stelle e alla Lega questo corposo elettorato. Credo necessario riflettere anche sul perché una forza politica che schierava un ex premier, un ex segretario del Pd, i presidenti di Camera e Senato, un ex segretario nazionale della Cgil, un ex capogruppo e un ex presidente di Regione, non è stato capace di attrarre la maggioranza dei voti in libera uscita dal Pd.
Non voglio enfatizzare gli errori tattici, i nomi che non hanno tirato o le candidature sbagliate, che pure ci sono. Né, mi pare utile più di tanto, ingigantire gli errori strategici, come le alleanze o le scelte di campo. Ma non possiamo neanche sottovalutarli se vogliamo capire che abbiamo peccato di autoreferenzialità e della convinzione che potevamo adagiarci su una storia, una simbologia e un vissuto con radici profonde e gloriose. Certamente queste scelte ontologiche hanno contribuito alla sconfitta. Non abbiamo fatto i conti con la nuova realtà sociale che ha fiaccato i tradizionali paradigmi politici. Basti pensare che si è rotto il bipolarismo su base maggioritaria, archiviato il modello dell’alternanza tra destra e sinistra, indebolito i partiti e con essi la politica e le istituzioni. Prendono piede la democrazia digitale e la democrazia diretta. Si allarga la forbice della diseguaglianza, che ha profondamente solcato la struttura sociale e sta creando una condizione d’impoverimento non solo chi vive nelle periferie del mercato del lavoro, ma anche del ceto medio. Un nuovo impoverimento che non guarda più meccanicamente a sinistra e chiede alla politica nuove azioni retributive. LeU queste cose le ha lasciate sul programma, non è riuscito a veicolarle in una nitida proposta, in chiave moderna. La riposta non può certo limitarsi nel sostenere che i 5 Stelle e Lega sono degli arruffapopolo e che a questi problemi hanno dato risposte virtuali e cialtrone.
Con il senno del poi dobbiamo dire che abbiamo sottovalutato la nuova realtà sociale tra Nord e Sud, l’invecchiamento demografico, il radicamento delle destre e dei populisti, il degrado delle periferie e dei nuovi diseredati. Il nostro linguaggio è entrato in crisi nella cultura politica contemporanea, nelle prospettive del domani, nella capacità di parlare ai cittadini, nell’interpretare le nuove istanze sociali. LeU ha esibito un gruppo dirigente con più anime, un progetto non univoco, e ciò non ha facilitato di stare vicino ai delusi, agli scontenti, agli operai e artigiani, a chi non riesce a curarsi. Le liste sono state compilate disattendendo il criterio del territorio, della competenza e della gavetta a favore della nomenclatura, fino all’abuso delle pluricandidature. Poche facce nuove e di genere. Nei talk show sempre gli stessi, mai un volto da promuovere. Se andiamo a esaminare l’identikit del nuovo Parlamento ci accorgiamo che sono presenti più giovani rispetto al passato, con titolo di studio più alti e nei 5 Stelle e nella destra una buona presenza di genere. C’è stato un boom di giovani, un forte ricambio di volti nuovi e una maggiore scolarizzazione. LeU, anche se avesse ottenuto un risultato due cifre, non avrebbe potuto vantare questi positivi cambiamenti!
La situazione a sinistra è in movimento. Nel Pd si aprono nuove prospettive e speranze fino a ieri precluse, nella Sinistra Italiana c’è un fermento ancora non ben decifrabile, il leader di Possibile ha annunciato le dimissioni. Noi come ci muoveremo? Continueremo la strada da soli, archivieremo questa esperienza o lavoreremo per una ripartenza e ricompattamento di un rinnovato processo aggregativo nell’area progressista? Sono domande che non possono rimanere più senza una risposta.

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