di MAURO MAGGIO 

 Partiamo da una premessa: è sacrosanto che qualsiasi lavoratore abbia il diritto al riposo nei giorni di festa. Fatte salve alcune festività inviolabili: Natale, Capodanno, 1 Maggio, 25 Aprile, Pasqua, su tutto il resto è necessario aprire un dibattito franco e sincero.

Come scrive Piero Ichino, “Il valore del tempo libero può variare, e molto, a seconda della sua collocazione nell’arco della giornata, della settimana o dell’anno. Essere liberi dal lavoro di domenica, per esempio, significa godere del riposo settimanale nel giorno in cui anche la maggioranza degli altri individui ne godono, quindi poter fare una gita con i propri familiari o amici, poter andare alla partita, o comunque potersi incontrare più facilmente con coloro con cui si intrattengono rapporti diversi da quelli di lavoro. È giusto che l’ordinamento statuale si faccia carico di questo interesse diffuso.”

Alla luce di questa considerazione possiamo considerare corretta la proposta di Di Maio di imporre le chiusure domenicali agli esercizi commerciali? Direi proprio di no, ed elencherò qui alcune motivazioni:

1- Innanzitutto, per consentire alla maggioranza di cittadini che non lavora la domenica di godere appieno di questa giornata è indispensabile che ci sia qualcun altro che di domenica lavori. Penso ad esempio ai settore dei trasporti, della ristorazione, della distribuzione dei beni di uso e consumo quotidiano, dei settori dello spettacolo e dell'intrattenimento, dei servizi turistici; oltre che, come è ovvio, dei servizi medici, di ordine pubblico, elettricità, gas, acqua e così via. Quindi il diritto al riposo domenicale, nella società odierna, non esiste non può esistere per tutti.

2 - l’Italia è un paese a forte vocazione turistica e non diciamo una fesseria quando sosteniamo che su quasi tutto il suo territorio nazionale affluiscono ogni anno molte decine di milioni di stranieri. Il turismo ha nei week end il suo momento di punta, e quindi eliminare per legge la vendita dei beni di consumo in quei giorni sarebbe un clamoroso autogol in un settore di importanza cruciale per la nostra economia.

3 - tutti sappiamo che nel fine settimana gli esercizi commerciali vendono normalmente il doppio o il triplo di quel che vendono negli altri giorni feriali e che l’apertura nel fine settimana fa aumentare l’occupazione nel settore della distribuzione. Ogni limitazione del lavoro domenicale produrrebbe una perdita rilevante di occupazione. Ce ne rendiamo conto? A questo va aggiunto un altro aspetto da non sottovalutare: intorno ai grandi centri commerciali, fioriscono altri servizi di varia natura, dalla ristorazione all'assistenza medica, dall’intrattenimento per bambini allo spettacolo e ai concerti; tutto questo “indotto”, che oltretutto aumenta il valore del riposo domenicale della maggioranza della popolazione, verrebbe penalizzato dal divieto di lavoro domenicale nei centri commerciali.

4- vietare o limitare la distribuzione alla domenica significherebbe spostare una fetta rilevante della nostra domanda di beni di consumo a vantaggio delle grandi piattaforme che li offrono via Internet; e che non chiudono certo la domenica. 

Si tratta di valutare con attenzione tutti gli aspetti senza inabissarsi in una diatriba politica che ci veda contrapposti su schieramenti faziosi e preconfezionati. Va inoltre ricordato che, qualunque sia la scelta che il governo e il legislatore compiranno su questo terreno, imprenditori, sindacati e lavoratori possono sempre derogare all’eventuale divieto di lavoro domenicale per mezzo di un contratto aziendale o territoriale stipulato a norma dell'articolo 8 del decreto legge n. 138/2011: una risorsa straordinaria di cui il sistema delle relazioni industriali deve imparare ad avvalersi molto più di quanto oggi non faccia. Soprattutto per correggere gli errori commessi da una legislazione talvolta troppo intrusiva e incapace di adattare la norma alle peculiarità di un tessuto produttivo complesso e dinamico.

Ps: non amo i centri commerciali e la confusione e quindi non ci vado mai nel fine settimana. Ma ogni valutazione deve essere oggettiva e non finalizzata alle proprie abitudini. 

 

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